Responsabilità e partecipazione della donna all’edificazione della Chiesa

Josefa Segovia. Fede e cultura in una donna del primo Novecento
10 ottobre 2007
Dott.ssa Rocío Figueroa – Responsabile Sezione Donna - Pontificio Consiglio per i Laici


Vorrei incentrare questa riflessione sulla responsabilità e sulla partecipazione della donna all’edificazione della Chiesa, alla luce della personalità della serva di Dio Josefa Segovia.

Quando parliamo di responsabilità nella Chiesa, non possiamo dimenticare il legame profondo che unisce la santità di vita con la missione e la responsabilità apostolica. Il Documento della quarta conferenza dell`episcopato latinoamericano tenutasi a Santo Domingo segnalava che «il migliore evangelizzatore è il santo».(1) Oggi, quando parliamo della dignità della donna, dobbiamo anzitutto affermare che, come anche quella dell’uomo, si eleva e si attua nel cammino di conformazione a Gesù Cristo. È fondamentale che la donna contribuisca sempre di più, in maniera responsabile e impegnata, all’edificazione della Chiesa e della società nell’ambito pubblico e visibile; soprattutto quando in tanti momenti della storia questa dimensione pubblica le è stata negata. Purtroppo, ancora oggi, in diverse culture e società, la donna non può rispondere alla sua vocazione originaria di cooperazione accanto all’uomo nella co-creazione della cultura. C’è molto cammino da fare; però in questo cammino non possiamo dimenticare le fondamenta antropologiche sulle quali questa missione deve essere vissuta e la fonte da cui deve sgorgare.

È una sfida affrontare i cambiamenti e i nuovi paradigmi culturali che stanno portando la donna ad un maggiore contributo nella società. In Europa è davvero difficile per la donna bilanciare aspetti di vita non così facili da equilibrare come la famiglia e il lavoro, l’impegno apostolico e la partecipazione attiva nella vita della società, senza trascurare la sua vocazione alla maternità e alla famiglia. Ugualmente è una sfida anche per gli uomini che si sentono confusi e disorientati di fronte alla loro identità. E’ necessario che la fede e l’antropologia cristiana illuminino profondamente l’identità femminile, per permettere alla donna di non tradire se stessa, tentando di imitare il modello maschile, affinché non rimanga coinvolta in competizioni che la porterebbero ad una disgregazione delle sue forze, ma sappia invece, offrire tutti i suoi talenti e doni. La donna deve trovare la sua identità nell’incontro con la Persona di Cristo e tramite il modello di Maria camminare in un processo di umanizzazione.

In questo senso, non possiamo perdere tutto il bagaglio che le donne cristiane hanno donato alla Chiesa nell’arco dei secoli. Una dinamica che ha sempre accompagnato la storia della Chiesa è il principio della continuità e del rinnovamento. Di fronte al tema della donna bisogna che vi sia anche una continuità, mettendone in risalto la partecipazione che sempre ha offerto nella dimensione carismatica della Chiesa: il suo ruolo nella famiglia, l’educazione nei valori, la loro opera assistenziale, la catechesi. Attualmente la differenza – ed è qui che il rinnovamento si sta attuando – è che c’è una chiarezza maggiore sulla sua chiamata a partecipare anche alla dimensione pubblica. Tuttavia non si può dimenticare tutto ciò che ha dato e che deve continuare a dare, seguendo il cammino di tante sante e donne cristiane nella vita della Chiesa: continuità e rinnovamento. Parlare della nostra presenza nella Chiesa evoca identità. Ma identità evoca storia! Dobbiamo perciò camminare in compagnia di quelle donne che ci hanno preceduto nella fede, per offrire a questo mondo una fede e un’evangelizzazione rinnovata nei modi, nei metodi, nelle circostanze, però con la stessa radice.

E in questo senso, una chiave per le donne del XXI secolo, è Josefa Segovia con il suo esempio di vita. E’ stata una donna cardine che ha anche raccolto la lunga tradizione della Chiesa. Josefa si è sentita chiamata, come le donne del Vangelo, a seguire Cristo con tutto l’ardore e la passione di essere santa. Nel suo diario scrive: «Le nostre prime meditazioni in quei primi momenti di Jaén, pieni di calore e di entusiasmo per annunciare il Vangelo, iniziavano e terminavano immancabilmente con l’evocazione dei primi gruppi di cristiani, stimolando l’emulazione di fronte alla memoria di quelle donne intrepide e sante che accompagnavano gli apostoli».(2) Josefa Segovia accoglie il Vangelo e coglie l’immenso valore della donna agli occhi di Gesù. Si sente valorizzata da Cristo. Con la sua vita manifesta, oltretutto, come la Chiesa cresca e si rinnovi nella consapevolezza sull’identità della donna.

Josefa è un chiaro esempio che, la promozione della donna non è stato un movimento vissuto solo dal femminismo ideologico, dato che questo sostegno si è riscontrato anche in diversi periodi storici all’interno della Chiesa. Nel novecento si è percepito con molta forza; questo secolo, infatti, è stato testimone «di una vita religiosa femminile attiva nella società. (…) una legione di fondatrici di congregazioni di vita attiva. Innumerevoli donne hanno così saputo intraprendere una via di cristianizzazione della società che si stava secolarizzando, attraverso la creazione di un’imponente rete di opere assistenziali: dalle scuole agli ospedali, agli orfanotrofi, fino all’assistenza agli emarginati».(3) Si è trattata di una promozione della donna senza alcuna ideologia.

Il Santo P. Poveda, con Josefa Segovia, compiono un passo in avanti nei confronti della vita religiosa di quel periodo; infatti, viene esteso questo sostegno alle donne laiche e sottolineano il «nuovo cammino che avevano aperto nella Chiesa». San Pedro Poveda crede nel genio delle donne e spinge la Segovia a vivere una leadership sul piano culturale e intellettuale, iniziando le Accademie Teresiane per la formazione delle donne. Possiamo dire che entrambi hanno avuto un ruolo importante nella partecipazione e responsabilità delle donne laiche all’edificazione della Chiesa e non solo ad un livello assistenziale, ma piuttosto culturale. Come laica che si consacra a Dio nell’apostolato Josefa Segovia incarna nella fondazione dell’Istituzione Teresiana un modello di donna nel mondo e nella Chiesa, determinando una più chiara consapevolezza della missione del laico, della partecipazione della donna nel mondo del lavoro, della cultura e della famiglia.

Lo scopo di ambedue però, non era soltanto raggiungere la professionalità delle donne. Nella vita di Josefa Segovia vediamo come la santità e la missione compongono una melodia armoniosa, s’intrecciano in un ritmo connaturale, una santità fatta vita quotidiana, impegno serio e responsabile nella cultura, e allo stesso tempo un lavoro vissuto come atto di lode e gloria a Dio.

Nel caso di Josefa Segovia si tratta di una scommessa vinta sulla professionalità delle donne, ma che non si ferma qui. Questa è la novità, il contributo enorme che ha dato questa serva di Dio: è riuscita ad incarnare un modello di donna, che avendo come orizzonte, la santità, personificano questa santità nel mondo, un impegno per contribuire nell’evangelizzazione della cultura. Però in Josefa Segovia questa professionalità non nasce da un atteggiamento mondano, che si fida in maniera autosufficiente nelle forze umane. Lei, mettendo al servizio di Dio la sua umanità, i suoi doni e la sua libertà, si fida di Gesù Cristo e di Maria, mentre la grazia opera attraverso la sua fragilità. Dai suoi scritti sul suo viaggio in America Latina troviamo: «la verità, Signore, è che mi metti a rappresentare dei ruoli così diversi che qualche volta m’intristiscono e altre volte mi fanno ridere (…), guarda che ad una donna povera, ammalata, senza cultura, senza prudenza, senza piedi e testa, senza eloquenza, inviarla in America con tutti questi titoli di categoria (…); nel nome di Maria mi butto. Che cosa devo fare? Confido in Te e in Lei. Malgrado tutto, sono gioiosa, ottimista, ho pace».(4)

Josefa Segovia non risparmia sforzi nel compiere la sua missione; e coopera attivamente e senza fermarsi nella missione che Dio le affida. Però, ha una chiara consapevolezza, come tutti i santi, della sua fragilità e di come la missione oltrepassa assolutamente le forze umane. Lei è una donna molto realista, vive momenti difficili, di sconforto, di solitudine, di debolezza, ma ha nel cuore una stabilità che nasce dalla sua fiducia in Dio, dalla sua grande fede. Noi stessi, percepiamo l’urgenza dei progetti, il bisogno di cooperare sempre di più e attivamente come donne nella missione della Chiesa, il cammino da fare…. Josefa Segovia c’incoraggia a ci spinge a tornare all’essenziale. Non possiamo dimenticare il primato di Dio, perché se il problema di Dio diventa meno importante dei nostri scopi falsifichiamo il Piano di Dio e il concetto di realtà: «Chi esclude Dio dal proprio orizzonte, falsifica il concetto di "realtà” [...]Solo chi riconosce Dio, conosce la realtà e può rispondere ad essa in modo adeguato e realmente umano».(5) E, Josefa Segovia può vivere dell’essenziale perché vive una profonda fede in Gesù Cristo, ma anche una continua tensione escatologica; essendo la sua una spiritualità profondamente incarnata il suo slancio escatologico si percepisce in continuità: “sto vivendo un anticipo di cielo” dice continuamente.

Mi viene in mente quando il P. Poveda invitava ad una «scienza che si sposa bene con la santità di vita».(6) Egli propone una visione integrale della donna, la sua realizzazione a livello umano, intellettuale, affettivo, sociale e spirituale. Josefa Segovia visse un’armoniosa sintesi fra fede e cultura, fra fede e vita, compiendo la sua missione nel mondo e dando frutti di santità. Questa è la sfida e questa è la chiamata che Josefa fa alle donne di oggi. C’è un “quid” in più che dobbiamo offrire al mondo! Non possiamo farci guidare dalla logica mondana. Però, dobbiamo poter dare le ragioni della nostra speranza a questo mondo. Padre Poveda, il santo, usa delle parole provocatorie: Gesù nel capitolo quindici di Giovanni invita a produrre molti frutti. Il santo commenta: «Non dice alcun frutto, né soltanto frutto, ma dice di dare molto frutto. Come si vedono i frutti delle persone che vivono unite a Dio, compenetrate, inondate, possedute dallo Spirito di Dio! Tutto ciò che dicono, fanno, insegnano, malgrado sia la stessa cosa di quello che dicono, fanno, insegnano gli altri, ha in sè una virtualità –la linfa di Dio– una modalità, un “quid” inconfondibile che edifica, attira, eleva e perfeziona. I frutti santi».(7)

Questa linfa, questo “quid” Josefa Segovia lo esprime con le sue caratteristiche femminili. Il suo rapporto con Dio manifesta questa sensibilità profondamente femminile.

In questi due anni di Pontificato non sono state poche le volte che il Santo Padre si sia rivolto alle donne e alla nostra missione. Nel suo libro “ Gesù di Nazaret” parlando dei discepoli afferma: «La differenza tra il discepolato dei Dodici e il discepolato delle donne è evidente; i due compiti sono decisamente diversi».(8) La prima considerazione che vorrei fare è che il Santo Padre afferma la differenza fra il discepolato dei Dodici e quello delle donne, segnalandone in seguito la peculiarità dei compiti e della missione propria di ciascuno. Dunque, prima che ci sia una differenza nella missione, c’è anche una distinzione nel modo in cui si vive il rapporto con Dio. È interessante il modo di fare teologia dei santi, ma lo è altrettanto vedere come svolgono lo stesso compito, invece le donne sante, sotolineando la particolarità del loro senso religioso. La serva di Dio Josefa Segovia fa teologia partendo dalla propria esperienza di fede. La sua teologia nasce da una fede concreta, materna, femminile piena di amore. Nel suo viaggio in Terra Santa scrive nel suo diario il 28 ottobre: «è forse strano che Gesù, sapienza eterna, ci avesse tutti presenti in quelle ore di dolore, se noi, limitati come siamo su tutti i piani, possiamo al tempo stesso abbracciare col pensiero e col cuore tante persone?».(9) E’ affascinante come a partire dalla sua esperienza di madre nello spirito, di donna di fede che vuole abbracciare il mondo intero con la sua preghiera, riesce addentrarsi nel mistero di Cristo. Lei ha capito il mistero della redenzione, della sostituzione di Cristo, attraverso la sua esperienza di madre.

La sua riflessione sulla carità è impregnata da una forte femminilità. Manifesta una fede profonda, ma molto pratica e incarnata. Esprime la vocazione della donna nel preoccuparsi per la persona concreta. Quando la serva di Dio parla della carità afferma: «Sono tanti e tanto vari gli atti di carità in cui possiamo esercitarci: carità per scusare i difetti altrui, carità nel giudicare le intenzioni, carità per reprimere a tempo una parola che può mortificare il prossimo, (…) carità verso i peccatori, carità per prestare piccoli servizi al prossimo, carità per fare un piacere, carità per dissimulare le mancanze».(10) Poi aggiunge una persona senza carità (…) è un principio di dissoluzione, un microbo che invade tutto. Semina disunione e scontento, mormorazione, pettegolezzi, inquietudine».(11) In questa maniera, Josefa Segovia ci mostra come vivere questa virtù e riflette partendo della sua sensibilità femminile che le fa capire tutte le occasioni in cui le persone si sentono ferite dai nostri atti e come possiamo fare per alleviarle, per fare gesti concreti di carità.

Josefa Segovia diventa così un modello concreto per tutti i cristiani, offrendo all’Umanità un insegnamento profondo di vita spirituale e una comprensione particolare del mistero di Dio. Il Santo Padre ha affermato che lungo la storia della Chiesa «a livello carismatico, le donne hanno fatto tanto».(12) Queste grandi tra cui anche alcuni Dottori della Chiesa, ci mostrano come la donna possa offrire insegnamenti validi di vita interiore e di percorsi verso la santità. Come «parte del popolo di Dio noi donne abbiamo ricevuto il deposito della fede e con l’assistenza dello Spirito possiamo approfondire in esso (Cfr. Dei verbum, n. 8. 10)»(13). Santa Teresa d’Avila, Santa Caterina da Siena, Santa Teresa del Bambino Gesù, Santa Edith Stein, sono alcune di loro. Questa missione carismatica risponde alla chiamata a partecipare a quell’apostolica e profetica della Chiesa. Nell’udienza generale dedicata alle donne Benedetto XVI afferma «come nell’ambito della Chiesa primitiva la presenza femminile è tutt’altro che secondaria. (...) L’Apostolo ammette come cosa normale che nella comunità cristiana la donna possa “profetare” (1 Cor 11, 5), vale a dire pronunciarsi apertamente sotto l’influsso dello Spirito»(14). E questo annuncio lo farà a partire dalla sua esperienza personale, dalla sua sensibilità religiosa, dalla sua fede. La donna deve sviluppare questa dimensione profetica attraverso l’ascolto e la sintonia con lo Spirito Santo.

C’è bisogno perciò di vivere una vita nella Spirito ricca, profonda; un rapporto unico e intimo con Cristo che permette di annunziarLo e donarLo, affinché l’altro percepisca la vitalità, la novità della Persona di Cristo e la guida dello Spirito Santo, che nasce da quella fonte divina. Oggi più che mai, in un mondo disorientato, in cui c’è una crisi profonda di verità, in cui tanti hanno claudicato di fronte alla possibilità di raggiungere la verità, dobbiamo diventare in questo mondo collaboratori, bocche e portatrici della Verità. Ogni donna offrirà questo servizio con le proprie capacità particolari: nella famiglia, nell’apostolato diretto, nel consiglio spirituale, nell’animazione dei gruppi, nelle iniziative culturali, nell’educazione, attraverso i mezzi di comunicazione, nella produzione intellettuale, nel mondo del lavoro, nell’arte, nell’organizzazione sociale e politica.

Oltre a questa dimensione carismatica è importante accrescere la nostra responsabilità nella dimensione culturale ed ecclesiale. È interessante anche come il Santo Padre non si fermi soltanto sulla missione carismatica della donna, ma la inviti anche ad assumere delle responsabilità all’interno della Chiesa; e parlando delle donne che seguivano Cristo, Benedetto XVI afferma: «ci sono poi varie donne, che a diverso titolo gravitarono attorno alla figura di Gesù con funzioni di responsabilità (…) Maria di Magdala, Giovanna, Susanna e “molte altre” (cf. Lc 8, 2-3)»(15). Anche nella comunità primitiva troviamo una presenza e una responsabilità significativa. Nella breve lettera a Filemone, Paolo si rivolge ad una donna con il nome di Apfia che nella comunità di Colossa occupava un ruolo importante: «nel medesimo contesto epistolare l’Apostolo con tratti di delicatezza ricorda altri nomi di donne: una certa Maria, poi Trifena, Trifosa e Preside “carissima”, oltre a Giulia, delle quali scrive apertamente che “hanno faticato per voi” o “hanno faticato nel Signore” (Rm 16,6.12 12b. 15) sottolineando così il loro forte impegno ecclesiale»(16).

Oggigiorno la donna cristiana è più consapevole della sua chiamata da parte di Dio nella Creazione. L’Onnipotente ha creato l’uomo e la donna affinché tutti due si santifichino nel matrimonio e cooperino con Lui nell’edificazione del mondo e della cultura nella reciprocità. Una reciprocità che non significa uniformità, ma unità nella differenza. Il cristianesimo di fronte alle diverse tendenze attuali e di fronte ai diversi femminismi vuole realizzare un discernimento sereno e oggettivo. La Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, ritiene che «in questi ultimi anni si sono delineate nuove tendenze nell'affrontare la questione femminile»(17). La prima sarebbe la tendenza a generare un antagonismo fra l’uomo e la donna, che di fronte «agli abusi di potere, essa risponde con una strategia di ricerca del potere. Questo processo porta ad una rivalità tra i sessi»(18). La seconda sarebbe conseguenza della prima; volendo «evitare ogni supremazia dell'uno o dell'altro sesso, si tende a cancellare le loro differenze»(19). Questa seconda tendenza fa riferimento al femminismo in genere. Questo movimento radicale, appena citato, con il tentativo di eliminare le differenze sessuali iscritte nella natura e la riduzione di tutto ad una costruzione culturale, non è soltanto una posizione filosofica sul tema della donna, ma una maniera di proporre un nuovo paradigma culturale che cerca di eliminare una società basata sui valori stabili e perenni. C’è un tentativo di generare una rivoluzione culturale globale, una nuova etica post-moderna. La post-modernità implica una destrutturazione di ogni base razionale della realtà, della possibilità di conoscere la verità ed ad una rinuncia totale alla struttura antropologica dell’uomo e la donna: «la tendenza della post-modernità è che ogni realtà è una costruzione sociale, la verità e la realtà non hanno un contenuto stabile e oggettivo».(20)

Bisogna invece promuovere una prospettiva che senza interessi ideologici tenga conto delle reali preoccupazioni della donna. Ritengo che ci siano due caratteristiche fondamentali che rispondono alla costituzione della donna e che lei non può dimenticare per compiere la sua missione nella Chiesa. La prima è la sua chiamata alla maternità e l’altra è la sua maniera particolare di partecipazione all’edificazione della cultura. Penso che su queste due caratteristiche la donna dovrà incentrare la sua missione di laica e la sua presenza e responsabilità nella Chiesa e nel mondo. Dall’altra parte queste due peculiarità aiutano a capire sia l’importanza di non provocare delle rotture fra la natura umana e la dimensione culturale, ed anche a comprendere che piuttosto che opporsi l’una all’altra, bisogna integrare queste due dimensioni nell’identità femminile e maschile.

Quando parliamo di maternità ci riferiamo alla caratteristica di ogni donna creata nel proteggere la vita, nel custodirla, nel prendersi cura della persona concreta. E qui, concepiamo la maternità in senso ampio, come preoccupazione per l’essere umano, come la capacità di sacrificio di fronte ai bisogni altrui, come il dono di unire e di creare ponti fra le persone. Una donna che rinuncia alla sua maternità rinuncia a sé stessa. Josefa Segovia riporta: «non appena ho potuto, ho reso grazie e chiesto perdono. Lì con me erano tutti quelli che amavo. Mi sono sentita madre e ho pregato con tutti e per tutti».(21) La donna ha questa «particolare familiarità con l’origine e con la fine della vita: con il nascere e con il morire di ogni uomo».(22) Questa particolare familiarità con la vita, la nostra serva di Dio la esprime con parole molto profonde: «è oltremodo necessario che insegniamo a vivere e a morire; a vivere morendo e a morire vivendo per sempre. A vivere delle cose vere, sostanziali e di valore eterno».(23)

Ma la vocazione della donna laica non si realizza soltanto nella maternità ma si deve anche sviluppare nell’edificazione della cultura. La donna fu chiamata da Dio nella creazione accanto all’uomo a “costruire” il mondo e a partecipare così all’azione creatrice di Dio. Con le sue proprie caratteristiche, con il suo stato di vita, nel suo momento storico deve rispondere alla chiamata di Dio a compiere la sua missione all’interno della Chiesa. Il 14 febbraio scorso il Santo Padre Benedetto XVI, parlando delle donne, le invitava alla “responsabilità”, ad assumere la propria missione ecclesiale e apostolica non in maniera passiva, ma in prima persona: nella famiglia, nell’ambiente lavorativo, sociale ed ecclesiale. Oggi, noi donne cristiane, dobbiamo domandarci su quale tipo di presenza necessitano le nuove sfide culturali. Josefa Segovia rispose alla sua vocazione di Direttrice Generale al governo dell’Istituzione Teresiana, preoccupata e impegnata nella formazione delle donne. Lei assunse la sua responsabilità, ma ogni donna ha una missione diversa.

Un contributo fondamentale sarà come la donna potrà unire ambedue le caratteristiche: l’esercizio della sua maternità e l’edificazione culturale come laica. Oggi l’evangelizzazione della cultura diventa una sfida. Siamo di fronte ad un mondo che vuole demolire tutte le fondamenta e le radici cristiane. Di fronte alla crisi di Verità nel mondo, e ad una società che sta perdendo la sua dignità, le donne laiche devono essere apostoli della verità, madri che aprano agli altri la via della Verità. Nel constatare la crisi culturale, le donne accanto agli uomini devono unirsi, come fece Josefa Segovia, per creare ambiti culturali nei quali si possano percepire, esprimere e vivere i valori del Vangelo. Il lavoro come comunità ecclesiale è fondamentale. Non basta un’azione isolata, c’è bisogno di progetti in comune.

Il Santo Padre invita le donne ad una presenza incisiva: «credo che le stesse donne, con il loro slancio e la loro forza, con la loro superiorità, con quella che definirebbe la loro “potenza spirituale” sapranno farsi uno spazio».(24) La nostra partecipazione attiva e responsabile nella Chiesa in grande misura dipende da noi donne.

 

(1) Conferencia General del Episcopado Latinoamericano Santo Domingo, n. 28 (tdt).
(2) Josefa Segovia, Con fatti e con parole, Roma 1983, 65.
(3) L. Scaraffia, conferenza “Feminismo e Chiesa cattolica”, 15/12/2006.
(4) M. E. González Rodríguez, Pasión por la santidad. Biografía de Ma Josefa Segovia, Madrid 2006, 547 (Tdt).
(5) Benedetto XVI, Discorso in occasione della V Conferenza dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, Aparecida, in: L’Osservatore Romano (edizione italiana settimanale) 18 maggio 2007, 19.
(6) S. Pedro poveda, «El estudio no es, setiembre 1932», en: Creí por eso hablé, edición crítica dirigida por María Dolores de Asís, Madrid 2005, [376], 1037.
(7) S. Pedro Poveda, «Yo soy la Vid, vosotros los sarmientos... (Jn 15, 1-8),22 de marzo 1925», en: Creí por eso hable, ob. cit., [210] 692.
(8) Benedetto XVI, Gesù di Nazareth, Milano 2007, 216.
(9) J. Segovia, Con fatti e con parole, ob. cit., 45.
(10) J. Segovia, Con fatti e con parole, ob. cit., 74.
(11) J. Segovia, Con fatti e con parole, ob. cit., 76.
(12) Benedetto XVI, Ministri al Servizio del Buon Pastore. Discorsi al clero di Roma, Città del Vaticano 2006, 55.
(13) Cf. C. Aparicio, «La donna nel magistero dopo il Vaticano II» in: Società Italiana per la ricerca teologica, Ricerche Teologiche, Bologna 2002, XII/2002, n. 1, 207.
(14) Benedetto XVI, Udienza generale, Le donne a servizio del Vangelo, in: L’Osservatore Romano (edizione settimanale) 16 febbraio 2007, 12.
(15) Ibidem.
(16) Ibidem.
(17) Congregazione per la dottrina della fede, Lettera sulla collaborazione dell’uomo e la donna nella Chiesa e nel mondo, n. 2.
(18) Ibidem.
(19) Ibidem.
(20) M. A. Peeters, The New Global Ethic: challenges for the Church, 2006, 13 (Tdt).
(21) J. Segovia, Con fatti e con parole, ob. cit., p. 45.
(22) A. Scola, Uomo-donna. Il caso serio dell’amore, Milano 2005, p. 24
(23) J. Segovia, Con fatti e con parole, ob. cit., p. 54.
(24) Intervista al Santo Padre Benedetto XVI in previsione al suo prossimo viaggio a Baviera, 5/08/2006 (tdt).